Economia e Lavoro

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Carburante: dal 2026 la benzina costerà meno e il diesel di più per l’allineamento delle accise

Dal primo gennaio 2026 gli automobilisti italiani troveranno una novità importante quando faranno rifornimento. La Manovra del Governo Meloni accelera l’allineamento delle accise tra benzina e diesel, eliminando in un colpo solo il vantaggio fiscale di cui ha goduto il gasolio per decenni.

La legge di Bilancio 2026 introduce un cambiamento nel sistema di tassazione dei carburanti. A partire dal primo gennaio del prossimo anno, l’accisa su benzina e gasolio sarà identica e fissata a 672,90 euro ogni mille litri. Si tratta di un’accelerazione rispetto al percorso graduale previsto dal decreto legislativo numero 43 del 2025, che contemplava un avvicinamento lento tra le due aliquote di circa uno o uno e mezzo centesimi all’anno. Il Governo ha, invece, deciso di bruciare le tappe e uniformare tutto immediatamente, eliminando quello che il Ministero dell’Ambiente definisce un “sussidio ambientalmente dannoso” identificato con il codice EN.SI.24. In pratica, per anni il diesel ha pagato meno tasse della benzina, una differenza che ora viene completamente cancellata.

Per comprendere la portata del cambiamento bisogna partire dalle aliquote attualmente in vigore. Dopo l’ultimo ritocco del 14 maggio 2025, stabilito con decreto interministeriale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 110, la benzina paga un’accisa di 713,40 euro per mille litri, mentre il gasolio ne paga 632,40. Con la Manovra 2026 questi valori convergono entrambi a 672,90 euro, il che significa una riduzione di 40,50 euro per mille litri sulla benzina e un aumento della stessa entità sul gasolio.

Tradotto in centesimi per litro, parliamo di meno 4,05 centesimi sulla verde e più 4,05 centesimi sul diesel. Ma l’effetto reale alla pompa è ancora più pronunciato, perché su questa variazione si applica anche l’IVA al 22 per cento. Il risultato finale è che la benzina costerà circa 4,94 centesimi in meno al litro, mentre il gasolio salirà di 4,94 centesimi al litro. Su un pieno standard da cinquanta litri, la differenza si traduce in circa 2,47 euro di risparmio per chi fa benzina e 2,47 euro in più per chi rifornisce diesel, naturalmente a parità di tutte le altre componenti di prezzo come le quotazioni internazionali del petrolio e i margini della distribuzione.

Le associazioni dei consumatori hanno reagito con toni piuttosto critici all’annuncio dell’allineamento delle accise. Il Codacons ha definito l’intervento una “stangata sul gasolio” e ha chiesto controlli rigorosi per garantire che il taglio dell’accisa sulla benzina si traduca effettivamente in riduzioni dei prezzi alla pompa, senza che vengano assorbiti dagli operatori della filiera. L’associazione ha calcolato che, considerando l’IVA al 22 per cento inclusa nell’aumento, un automobilista che fa due pieni di gasolio al mese si troverà a spendere 59,30 euro in più all’anno. Il Codacons ha, quindi, sollecitato il governo a prevedere sanzioni verso tutti gli attori della filiera che non applicassero le riduzioni previste sulla benzina, per evitare distorsioni del mercato a danno degli automobilisti.

Il panorama degli automobilisti italiani coinvolti da questo cambiamento è molto ampio. Secondo i dati sul parco circolante, circa il 42 per cento delle vetture è alimentato a benzina e il 40,9 per cento a diesel, il che corrisponde a circa 17 milioni di auto a benzina e 16,6 milioni a gasolio. L’impatto dell’aumento del diesel riguarderà quindi una platea vastissima di automobilisti, soprattutto coloro che utilizzano quotidianamente il veicolo per lavoro o per lunghe percorrenze.

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Cassa integrazione record in Lombardia: 17.9% in più in un anno

 Nel primo semestre il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto del 17,9% in Lombardia. In ore sono 8,5 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2024: 56 milioni quelle che le imprese hanno introdotto tra gennaio e giugno tra cassa ordinaria, straordinaria e in deroga.
A pagare il prezzo più alto sono state le imprese della provincia di Lodi, dove si è registrato un incremento del 156%: nel primo semestre le ore autorizzate sono più che raddoppiate, passando da 207.702 a 532.706 (+325mila). Cremona fa segnare la seconda variazione negativa più consistente (+80,5%), da 717.696 a 1.295.600 (+577.904 ore), terza è Brescia dove l’incremento del 45,8% ha portato le ore tagliate alla produzione da 9 a più di 13 milioni, il valore record in Lombardia.
Tra le prime cinque province si trovano anche Sondrio e Monza.
In Valtellina e Valchiavenna la cassa integrazione ha superato il tetto delle 562mila ore, peggiorando il dato del semestre iniziale del 2024 del 39% (+157mila ore).
In Brianza, invece, la crescita è stata del 29,7% (+765mila): le autorizzazioni sono state 3.336.432. Simile il trend anche nella Brianza lecchese (+27,8%) dove le imprese hanno ottenuto 2.253.814 ore di cassa (489.668). Le aziende bergamasche invece hanno visto aumentare l’impiego di ammortizzatori sociali del 16,9%, 1.435.121 ore in più: il totale sfiora i 10 milioni.
Più contenute le variazioni nelle altre province: a Mantova l’incremento dell’8% ( +215.637) porta a quasi 3 milioni il totale delle ore di cassa integrazione nei primi sei mesi, mentre nel Milanese il saldo complessivo supera i 9 milioni per effetto delle 633mila ore in più (+7,5%). Pavia e Como sono i territori meno colpiti dalla crisi della produttività: nel Pavese la crescita del 3,3% si è tradotta in un incremento di 41.287 ore ( 1.287.810 il totale tra gennaio e giugno), il Lario invece ha visto un ritocco del 2,1% che in termini di ore si traduce in 92.254 in più (4,5 milioni il dato complessivo).
Varese è l’unica provincia in controtendenza in Lombardia. Nel primo semestre dell’anno le ore autorizzate di cassa integrazione sono diminuite del 5% (-375.719): gli ammortizzatori sociali sono passati da 7.447.853 a 7.072.134.

( Fonte IL GIORNO – Luca Balzarotti )

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Sale la spesa degli italiani, nuovo divario tra Nord e Sud: come cambiano i consumi

Le famiglie italiane hanno speso in media 2.755 euro al mese per i consumi nel 2024, in lieve rialzo (+0,6%) rispetto all’anno precedente. Ma dietro questa media nazionale si nascondono divari geografici e sociali molto ampi, come emerge dal report Istat. Mentre una famiglia del Nord-Est spende 3.032 euro, una del Sud ne spende 2.199: un gap di 834 euro mensili, pari al 37,9% in più.

La spesa alimentare

Il dato più significativo riguarda la spesa alimentare. Nonostante l’inflazione per cibo e bevande analcoliche sia scesa a +2,5% (dal +10,2% del 2023), la spesa in questo settore è rimasta stabile. Tuttavia, la sua incidenza sul totale della spesa familiare è salita al 19,3%.

Resta alta, e sostanzialmente invariata, la fetta di italiani in difficoltà: è ancora circa una famiglia su tre (31,1%) a dichiarare di aver dovuto tagliare la quantità o la qualità degli acquisti di cibo nel corso dell’anno, un dato appena in calo rispetto al 31,5% del 2023.

In crescita i servizi di ristorazione e alloggio

La spesa non alimentare, che rappresenta la fetta più grande del budget (l’80,7%, per una media di 2.222 euro), mostra trend contrastanti. A trainare la ripresa sono i servizi di ristorazione e alloggio, con un ulteriore +4,1% nel 2024, che porta la spesa media a 162 euro mensili. Il Centro Italia guida questa crescita (+7,2%), ma è il Nord-Est a detenere la spesa più alta per questa voce (209 euro).

In netta controtendenza, calano invece le spese per “Informazione e comunicazione” (come telefonia e servizi TV), che registrano un -2,3% rispetto al 2023.

Quanto si spende in Italia

I livelli di spesa più elevati, superiori alla media nazionale (2.755 euro), si registrano in diverse aree italiane:

Nord-est – 3.032 euro;
Centro – 2.999 euro;
Nord-ovest – 2.973 euro;
Isole – 2.321 euro;
Sud – 2.199 euro.

Nel 2024, le famiglie del Nord-est spendono in media 834 euro in più rispetto al Sud (+37,9%) e 711 euro in più rispetto alle Isole (+30,6%). Nel Sud, il divario con il Nord-est torna così sui livelli pre-Covid, dopo un lieve assestamento nel 2023.

Questa disparità riflette anche diverse priorità di spesa, legate alle diverse disponibilità economiche. Le famiglie del Sud e delle Isole, infatti, destinano una quota maggiore del loro budget ai bisogni primari.
Codacons: “Gli italiani continuano a tagliare la spesa”

L’aumento dei prezzi che ha imperversato anche nel 2024 colpendo alcuni settori chiave ha portato le famiglie a tagliare gli acquisti anche di beni primari come gli alimentari, al punto che quasi un nucleo su tre (il 31,1%) ha ridotto sia la quantità, sia la qualità dei cibi acquistati. Lo afferma il Codacons, commentando il report diffuso oggi dall’Istat.

Nel 2024 la spesa per consumi delle famiglie rimane sostanzialmente stabile rispetto al 2023, ma se si analizza l’andamento degli ultimi anni si scopre che tra il 2019 e il 2024 la spesa è salita complessivamente solo del 7,6% a fronte di un’inflazione nello stesso periodo del 18,5%. Un dato che evidenzia come, per far fronte all’aumento dei prezzi, gli italiani abbiano modificato le proprie abitudini attraverso una stretta ai consumi.

Si allarga poi la forbice a livello territoriale: a Bolzano, città che segna i valori più elevati del 2024 pari a 3.990 euro mensili a famiglia, la spesa per consumi è quasi doppia rispetto a quella della Puglia (1.999 euro mensili), con una differenza di quasi 2mila euro mensili (+99,5%).

I dati dell’Istat attestano ancora una volta il fortissimo effetto dei prezzi al dettaglio sulla spesa degli italiani. Continua Rienzi:

L’onda lunga dei rincari continua purtroppo a farsi sentire anche nel 2025, con aumenti a due cifre per alcuni prodotti alimentari di largo consumo e vendite che crollano in volume.
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Lombardia : 13 sfratti al giorno.Esecuzioni aumentate del 41%

Oltre 6.500 provvedimenti di sfratti emessi, circa 18 al giorno in tutta la Lombardia, e 4.802 eseguiti, 13 al giorno. Se le nuove emissioni, a livello regionale, sono in leggero calo rispetto al 2023 (-5%), le esecuzioni aumentano invece del 41,6% in un anno, mentre le richieste di esecuzione salgono addirittura del 61,5%.

Questo è il quadro che arriva dall’aggiornamento annuale dei provvedimenti di sfratto del Ministero dell’Interno. Per quanto riguarda i provvedimenti emessi, la Lombardia vede un calo, in controtendenza rispetto all’aumento dell’1,99% di media nazionale. Tra le province lombarde, tuttavia, Bergamo, Brescia, Mantova, Pavia e Sondrio, vedono un aumento: Sondrio del 100%, Mantova del 9,7%, Brescia del 7,07%, Bergamo ha un +3,65%, Pavia un +1,93%

Le richieste di esecuzione crescono, in Lombardia, in modo imponente: +61,51% rispetto al 9,82% della media nazionale. I numeri più elevati, in valore assoluto, riguardano Milano, Brescia e Bergamo. Gli sfratti eseguiti sono in crescita in quasi tutte le province lombarde, ad eccezione di Varese, Lecco e Bergamo: boom a Milano che passa da 133 a 1.597. Il fenomeno continua a riguardare in misura sempre crescente i nuclei familiari residenti con locazione di lungo periodo.

Il quadro degli sfratti va letto contestualmente alla radicale e costante diminuzione del numero di contratti di lunga durata attualmente in essere, evidenziato dall’indagine sull’andamento degli affitti dell’Ufficio studi Sunia. Se guardiamo i dati dei capoluoghi, ad esempio, si vede che a Brescia i contratti ordinari a lungo periodo sono passati da 4.969 del 2018 a 4.573 del 2024, con un canone mensile a metro quadro che è passato da 5,99 euro a 7,78 euro; schizzati i contratti transitori (affitti brevi), da 1.473 del 2018 a 2.760 del 2024). Stesso andamento a Bergamo: i contratti di lungo periodo sono scesi da 2.662 a 2.364, quelli brevi da 1.376 a 2.882. A Como, più contenuto l’aumento degli affitti brevi, da 1.109 a 1.324, a fronte comunque di un calo di contratti di lungo periodo (da 2.245 a 1.674), con un aumento dei contratti concordati agevolati. Analoga la situazione a Lecco, dove i contratti ordinari di lungo periodo sono scesi da 707 del 2018 a 556 del 2024, quelli transitori da 456 a 615 nello stesso lasso di tempo. A Sondrio, calano sia i contratti di lungo periodo (da 698 a 639, ma nel 2023 c’era stato un aumento a 702), e anche quelli transitori (da 258 del 2018 a 250 del 2024).

“La “rendita” ha completamente sopraffatto il “reddito” – commenta Emiliano Guarneri, segretario nazionale Sunia –, se non si attuano immediatamente politiche che consentano di governare la rendita fondiaria e che restituiscano ai redditi di lavoratori e pensionati la capacità di vivere una vita dignitosa, garantendo l’accesso ai servizi primari come la salute e la casa, la situazione rischia di avvicinarsi ad un punto di non ritorno”.

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Nelle province di Como e Sondrio quasi 1 su quattro dichiara redditi tra zero e 10mila euro

La ricchezza dei lombardi (non tutti) secondo la dichiarazione dei redditi. “Il rischio? Pochi paperoni e ceto medio in ginocchio”

Il professor Luca Mocarell: nelle città, dove la vita costa di più, anche il ceto medio se non ha altre rendite fa fatica. Lavoratori come insegnanti, infermieri, conducenti di mezzi pubblici hanno stipendi che non sono compatibili con gli affitti.

Nelle province di Como e di Sondrio quasi uno su quattro dichiara tra zero e 10mila euro. La Brianza e Milano vantano invece la concentrazione più alta della fascia medio-ricca, con valori compresi tra 55mila e 75 mila euro: a Monza è il 3,9% della popolazione, tra capoluogo e provincia il 3,7%, a Lecco il 3,2%. Sono i due volti della Lombardia vista attraverso le dichiarazioni dei redditi del 2024 pubblicate dal ministero dell’Economia e delle finanze, in attesa di conoscere (tra un anno) i risultati delle informazioni che i commercialisti stanno ancora trasmettendo all’Agenzia delle Entrate (per il 730 c’è tempo fino al 30 settembre). La geografia della ricchezza colloca il 22,7% delle fasce più povere a Varese, il 20% a Pavia con Brescia (19,8%) e Bergamo (19,6%) appena sotto. Il ceto medio (redditi da 26 a 55mila euro) è più presente nelle province di Milano (36,1%), Monza (35,8%), Lodi (33,4%) e Lecco (33,3%): anche Cremona, Bergamo e Brescia superano (di poco) la soglia del 30%. Allo scaglione successivo (da 55 a 75mila euro) appartiene il 2,7% dei contribuenti varesini,il 2,5% dei comaschi e il 2,4% dei lodigiani, mentre il reddito da 75 a 120mila euro ha percentuali più alte a Monza (2,6%), Milano (2,4%) e Lecco (2,3%), unica provincia dove il partito di chi dichiara oltre 120mila euro supera lo sbarramento dell’1%.

Dal quadro all’analisi: “Gli stipendi sono fermi da anni, il costo della vita cresce. Ma agganciare le retribuzioni al valore dell’inflazione produrrebbe una spesa insostenibile”. Luca Mocarelli, professore di storia economica all’Università di Milano-Bicocca, non crea illusioni: “Ritengo che sui salari ci sia poco spazio di manovra”.

Qualcuno rivorrebbe la “scala mobile“.

L’avevamo, l’abbiamo abolita. Oggi, con la situazione debitoria del nostro Paese, è impensabile prevedere un sistema che adegui automaticamente lo stipendio al costo della vita, in base all’andamento dell’inflazione. Basti pensare a quanti dipendenti pubblici ci sono in Italia: i conti non lo consentono. Guardando “in casa“, l’anno scorso le università hanno dovuto riconoscere ai dipendenti un adeguamento del 4%. Molte sono andate in difficoltà.

Sì, anche se occorre una precisazione: le dichiarazioni dei redditi non corrispondono alla ricchezza. Sono una parte, importante, ma una parte. Nelle dichiarazioni confluiscono i redditi da lavoro: è un po’ come misurare la ricchezza totale di un Paese guardando solo al Pil. Oggi i salari concorrono al 40% del reddito totale, il 60% arriva dalla rendite.

Quali?

Possono essere investimenti di carattere finanziario come azioni, titoli di Stato, case di proprietà messe in affitto. Il problema è che si crea uno squilibrio: solo chi ha un bene, come un immobile, o risparmi da investire può aumentare le rendite e far crescere la propria ricchezza. Chi, invece, dipende solo ed esclusivamente dalle entrate del lavoro fa fatica.

Qual è il rischio?

Di avere una fascia ristretta che concentra una fetta importante della ricchezza totale: pochi ricchi che possiedono tanto e tante persone in difficoltà.

Guardando alla distribuzione per fasce di reddito nelle province lombarde già si vede questa ripartizione.

Nelle città, dove la vita costa di più, anche il ceto medio se non ha altre rendite fa fatica. Lavoratori come insegnanti, infermieri, conducenti di mezzi pubblici hanno stipendi che non sono compatibili con gli affitti. Già oggi assistiamo a difficoltà da parte della scuola, degli ospedali a trovare personale. Persino le aziende di trasporto. Ma senza questi lavoratori le città si fermano.

Alla luce delle difficoltà ad adeguare i salari e della crescita dei prezzi dei beni di prima necessità, dove si può intervenire?

L’unica voce che si può contenere è la spesa sull’alloggio. Serve un piano straordinario di edilizia convenzionata che consenta alle città di accogliere anche le fasce con redditi medio-bassi, con stipendi tra i 900 e i 1.300 euro. È dagli anni Settanta che l’operatore pubblico non costruisce più.

( Fonte IL GIORNO – LUCA BALZAROTTI )

Economia e Lavoro

Imprese soffocate dai debiti e imprenditori al capolinea: uno su cinque è lombardo

Nei primi sei mesi liquidato ai creditori il patrimonio di 1.023 titolari di aziende. Il trend continua a crescere: 480 casi tra gennaio e marzo, 543 tra aprile e giugno

Un’impresa su cinque soffocata dai debiti è lombarda. Sono 543 sulle 2.712 aziende del territorio nazionale che nel secondo trimestre dell’anno hanno visto liquidare il patrimonio del titolare, il 9% in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Il 20% delle procedure ha riguardato attività con sede nella locomotiva d’Italia sempre più affaticata.

Il primo semestre, secondo l’ultimo aggiornamento di Cribis – società del gruppo Crif specializzata nel fornire informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese – si è chiuso con 1.023 liquidazioni giudiziali in Lombardia. Un trend che mese dopo mese ha continuato a crescere visto che il primo trimestre si era fermato a 480. Da gennaio a giugno, in provincia di Milano sono stati 460 gli imprenditori chiamati a soddisfare i creditori in base alle norme introdotte nel 2022 dal nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Al secondo e terzo posto si sono classificate la provincia di Brescia (139) e la Bergamasca (91); Monza e Brianza con 85 casi e Varese con 61 hanno completato la graduatoria dei primi cinque territori più colpiti. Cremona con 46 procedure ha preceduto Pavia a quota 38 e Como (30). Lecco (15) e Sondrio (8) hanno appesantito ulteriormente il quadro dell’Alta Lombardia, mentre Mantova (26) e Lodi (22) quello delle province dell’area più a sud.

“L’aumento delle liquidazioni giudiziali nel secondo trimestre 2025 evidenzia le difficoltà che molte imprese stanno affrontando in un contesto economico ancora fragile – analizza Marco Preti, amministratore delegato di Cribis –. L’inflazione che continua a rimanere alta, insieme alle nuove tensioni nel commercio globale, crea rischi concreti: dazi e misure protezionistiche potrebbero frenare le esportazioni e interrompere le catene di approvvigionamento. Le imprese più colpite saranno quelle di piccole e medie dimensioni maggiormente legate ai mercati internazionali”.

( Fonte Il Giono – Luca Balzarotti )

Economia e Lavoro

Carta d’ identità: per l’espatrio addio alla cartacea, serve quella digitale

Il processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione continua e investe anche la cittadinanza: a partire dal 3 agosto 2026 infatti, la Carta di Identità cartacea non sarà più valida per espatriare, rendendo obbligatoria a tal fine la CIE (Carta di Identità Elettronica), documento dal 2019 disponibile in tutti i Comuni italiani.

La nuova disposizione è prevista dal Regolamento europeo 1157/2019 a prescindere dalla data di scadenza scritta sulla carta di identità cartacea, per garantire da un lato maggiore sicurezza (il documento di identità cartaceo può essere facilmente contraffatto) e dall’altro facilità di controllo in aree ad alta affluenza come gli aeroporti grazie alla Mrz (Machine readable zone, zona leggibile da una macchina) prevista nella tessera digitale.

La consegna della CIE non è immediata, ma viene recapitata a casa del richiedente o presso l’ufficio comunale in sei giorni lavorativi. Tale documento si rivela fondamentale non soltanto per i viaggi oltre confine, ma anche per accedere ai servizi digitali della PA come alternativa allo SPID.

Economia e Lavoro

Indagine sulle banche italiane: quelle online risultano più trasparenti delle tradizionali

Conto corrente: più di una banca su tre non presenta i costi per nuovi clienti nelle prime pagine dei siti web

  • Per scegliere il conto giusto è necessario valutare con attenzione tutti i dettagli
  • Molte banche, sia online che tradizionali, non presentano immediatamente le condizioni sui siti web
  • Per avere subito tutte le informazioni necessarie per aprire un conto è utile comparare le offerte tramite comparatori come Segugio.it

La scelta del conto corrente richiede un’analisi attenta delle opzioni disponibili. Una volta individuati i conti più interessanti, i risparmiatori devono analizzarne le caratteristiche nel dettaglio in modo da poter scegliere la soluzione più adatta alle proprie necessità, sia in termini di servizi inclusi che, soprattutto, di costi. Destreggiarsi tra siti web con pagine ricche di promozioni e fogli informativi di non facile lettura, soprattutto per chi non è addetto ai lavori, non è semplice.

Una nuova indagine dell’Osservatorio Segugio.it ha preso in considerazione le proposte delle principali banche italiane e, in particolare, le pagine dei siti web in cui vengono pubblicizzati i conti proposti ai nuovi clienti. Lo studio conferma che, in alcuni casi, i dati non sono presentati nelle prime pagine dei siti web delle banche.

Banche tradizionali e online: le promozioni vanno sempre analizzate con attenzione

L’indagine ha preso in considerazione sia i conti delle banche online sempre più diffuse e competitive sul mercato italiano, che i conti delle banchetradizionali”, con tante filiali sul territorio, ma che operano anche online, permettendo ai nuovi clienti di poter richiedere l’apertura del conto tramite una procedura digitale, senza dover recarsi in filiale. Entrambe le categorie presentano alcune criticità in tema di trasparenza.

Per tutti i casi considerati si nota la necessità per il consumatore di analizzare nel dettaglio la pagina dedicata alla promozione in corso o comunque al conto da aprire. Per un quadro completo sulle caratteristiche del conto è sempre necessario scorrere verso il basso e consultare menu, tabelle e documenti in PDF per accedere ai dettagli completi. Al momento, manca un riquadro riepilogativo iniziale standardizzato che permetterebbe, con un colpo d’occhio, di individuare le caratteristiche del conto.

Foglio informativo: un documento importante non sempre individuabile immediatamente, ecco dove trovarlo

Tutte le banche analizzate nel corso dell’indagine rispettano la normativa di Banca d’Italia e le direttive europee mettendo a disposizione dei clienti una versione digitale del foglio informativo del conto corrente. Si tratta di un documento riepilogativo, che però non è standardizzato in modo completo e può quindi presentare delle differenze, rendendo difficile il confronto tra due o più conti.

Inoltre, non tutte le banche includono il foglio informativo nella pagina web del conto corrente dove vengono descritti i dettagli della promozione e da cui è possibile avviare la procedura di apertura online del conto stesso. Infatti, il 65% dei conti analizzati include il foglio informativo nella pagina del prodotto (per chiarezza, è una pagina meno utilizzata ai fini promozionali). Questa percentuale è più alta nelle banche tradizionali (70%) rispetto a quelle online (60%).

Quando il documento non è disponibile nella pagina web del conto, il consumatore deve recarsi nella sezione “Trasparenza” del sito web, in genere accessibile tramite un tasto riportato alla fine della Home Page. Successivamente, bisognerà navigare tra i vari documenti alla ricerca del foglio informativo desiderato, facendo attenzione a trovare il file giusto, soprattutto quando una banca propone diverse versioni dello stesso conto, ma con caratteristiche diverse.

I costi del conto: in più di un caso su tre mancano alcune informazioni

Analizzando le pagina web con cui la banca promuove il proprio conto corrente, Segugio.it ha stimato che nel 35% dei casi manca almeno un’informazione importante in merito ai costi di mantenimento (canone di tenuta e canone della carta di debito) e alle commissioni legate all’utilizzo (prelievi all’ATM con carta di debito e bonifici tramite Internet Banking). In queste situazioni, la banca rimanda al foglio informativo.

In generale, le informazioni sui prodotti delle banche tradizionali risultano di più difficile reperimento rispetto alle banche online, che fanno della chiarezza uno dei principali punti di forza. Il 50% dei conti delle banche tradizionali viene illustrato nelle pagine di presentazione dei prodotti senza fornire tutti i dati “essenziali” per valutare i costi di gestione. Per le banche online invece, la situazione è nettamente migliore: solo il 20% dei conti non riporta tutti i dati necessari per una valutazione sui costi di mantenimento e utilizzo.

Le banche attive in Italia si dimostrano dunque abbastanza trasparenti nella presentazione della propria offerta commerciale legata ai conti correnti. Ci sono però alcune criticità: la difficoltà di recuperare il foglio informativo (e la scarsa confrontabilità tra fogli di due banche diverse) può rappresentare un ostacolo, soprattutto considerando che in più di un conto su tre si registrano dati incompleti sui principali costi di un conto.

Per il settore bancario quindi ci sono ancora margini di crescita in tema di trasparenza. Ricordiamo che utilizzando servizi di comparazione dei conti, come quello di Segugio.it, è possibile trovare le principali informazioni necessarie per valutare l’apertura di un prodotto finanziario come il conto corrente..

Rilevazioni Segugio.it – 20/06/2025 su un campione di 20 banche attive in Italia (10 tradizionali e 10 online)

CronacaEconomia e Lavoro

Monza – Condannata Poste Italiane: dovrà risarcire 15mila euro a due clienti che avevano acquistato buoni fruttiferi

Monza – Tra il 1999 e il 2001 avevano intestato ai tre figli sei Buoni fruttiferi postali, dei quali nel 2024 Poste italiane aveva rifiutato il rimborso sostenendo che il diritto fosse prescritto. Per questo – dopo essersi rivolti a Confconsumatori, con l’assistenza dell’avvocato Sabrina Contino – avevano intentato una causa civile contro Poste, chiedendo la restituzione dell’intero capitale nominale, circa 15mila euro, più gli interessi. E il Tribunale di Monza, con sentenza del 4 giugno 2025, ha accolto la domanda risarcitoria, condannando Poste Italiane al pagamento del capitale sottoscritto maggiorato degli interessi convenzionali e di mora.

IL CASO
La vicenda ha coinvolto una famiglia composta da marito, moglie e tre figli, ai quali i genitori avevano cointestato due buoni l’uno. Erano convinti che i sei buoni – sottoscritti in due diverse occasioni, i primi tre il 2 agosto 1999 e gli altri tre il 24 dicembre 2001 – avessero durata ventennale, ma in realtà tre avevano la durata di 7 anni e altri tre avevano la durata di 11 anni. Poste Italiane però, all’atto della sottoscrizione, aveva omesso ogni informazione sulla serie di appartenenza dei buoni, sulla durata e sulla prescrizione. Sui 3 buoni sottoscritti nel 1999 Poste non aveva apposto il tagliando che indica la serie, i rendimenti e il periodo di prescrizione (come previsto dal Dm dell’8 ottobre del 1998, all’epoca vigente), mentre in occasione della sottoscrizione degli altri 3 buoni nel 2001 non aveva consegnato il foglio informativo con la descrizione delle caratteristiche degli investimenti, come prescritto dalla normativa vigente.

LA SENTENZA
Il Tribunale di Monza ha riconosciuto il diritto dei clienti al risarcimento danni in relazione alla violazione da parte di Poste Italiane dei doveri informativi cui era tenuta, necessari per rendere conoscibili ai clienti le condizioni dei buoni sottoscritti, tra cui la durata e la scadenza. Il Tribunale ha statuito che «gli obblighi di informazione, quale l’obbligo di apporre la scadenza sul buono ovvero di dare al risparmiatore informazioni precise al momento della sottoscrizione al fine di individuare la data di scadenza dei Bfp, gravanti su Poste Italiane, costituiscono parte integrante del programma negoziale scaturente dalla sottoscrizione dei buoni. Per tale ragione, l’omessa indicazione della data di scadenza, come si evince dagli atti (per i buoni CB derivante dalla mancata apposizione del tagliando, mentre per quelli AA3 dalla mancata consegna del foglio informativo), costituisce un’ipotesi di inadempimento contrattuale giuridicamente rilevante e imputabile a Poste Italiane».

Economia e Lavoro

In vacanza con il prestito: la Lombardia è la regione più indebitata d’Italia

Il report di Susini Group: 783mila famiglie hanno già chiesto prestiti, il 60% risiedono a Milano e provincia. Sono 35mila in più del 2024

Tutto (o quasi) costa di più. In attesa di sapere se l’estate 2025 sarà davvero la più calda di sempre, il trimestre appena iniziato rischia di aggiudicarsi in anticipo il titolo di quello più caro.

Anche l’ultimo rapporto congiunto di Facile.it e Consumerismo No Profit diffuso in questi giorni è in linea con le previsioni delle principali associazioni di consumatori e dall’Istat: per il traghetto si spenderà il 9,7% in più di un anno fa, i voli estivi verso l’Europa subiranno un rincaro del 7%, i voli nazionali del 21% su Ferragosto.

Persino le soluzioni low-cost (+4% e il +6%) faticheranno a farsi riconoscere come tali. Meglio l’auto sì, oggi. Cosa accadrà a metà luglio o ad agosto, nei giorni del grande esodo, ai prezzi del carburante con la guerra in corso tra Iran e Israele?

Davanti a uno scenario simile, il 18,7% degli italiani (circa 5,6 milioni di persone) ricorre al prestito per andare in vacanza. Pagare di più, ma a rate, è un obbligo per buona parte di chi non vuole rinunciare alle ferie nell’era del caro-estate. Per altri una tutela: la parola d’ordine è non bruciare i risparmi e non farsi trovare impreparati davanti agli imprevisti di stagione, a cominciare dalle manutenzioni straordinarie (i condizionatori). Anche queste più salate.

Secondo il report elaborato per “Il Giorno” da Susini Group, studio leader nella consulenza del lavoro, la Lombardia è la regione più indebitata, con oltre 783mila famiglie che, per il periodo compreso tra giugno e settembre, hanno richiesto un finanziamento per poter partire: il trend è in aumento del +4,7% rispetto al 2024, quando le richieste erano state circa 748mila. Quest’estate saranno 35mila in più. L’importo medio stimato del debito è di 2.544 euro a famiglia per un totale dell’indebitamento estivo che sfiora i 2 miliardi di euro, battendo così il dato di un anno fa (1,7 miliardi).

“Il fenomeno dell’indebitamento per le vacanze in Lombardia è ormai strutturale e in crescita – dichiara Sandro Susini, consulente del lavoro e fondatore di Susini Group -. Se da un lato riflette l’aumento dei costi e la resilienza del desiderio di vacanza, dall’altro solleva interrogativi sulla sostenibilità di questa tendenza nel lungo periodo. La sfida per i prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra benessere personale, stabilità finanziaria e accesso al credito responsabile”.

In Lombardia i dati sono più alti sia in termini di valori assoluti, sia di percentuali per diversi fattori: “Il maggior reddito disponibile favorisce l’accesso al credito – spiega Susini – ma incide anche il costo della vita più elevato. I lombardi sono più esposti ai rincari turistici e il tasso di viaggiatori abituali rispetto alla media italiana è superiore”.

Milano con 292.249 famiglie indebitate rappresenta il 60,5% del totale regionale: l’importo pro capite è di 4.128 euro per una cifra complessiva di 1,2 miliardi. Seguono Brescia Bergamo con 96.433 e 82.092 nuclei e un indebitamento che supera rispettivamente i 145 e i 138 milioni.

Ma è Bergamo a superare Brescia nel valore dell’importo pro capite: 1.685 euro contro 1.511. Varese, quarta, con poco più di 98 milioni distribuiti su 63.813 famiglie presenta un dato pro capite di 1.537 euro, superato dai 1.634 euro di Monza, quinta con una somma complessiva di 100 milioni che gravano su 61.307 famiglie.

Como, sesta, in 40.929 hanno chiuso finanziamenti per poco meno di 68,2 milioni (1.666 euro a testa), mentre Pavia, settima, presenta il secondo importo pro capite più alto dopo quello di Milano: 1.705 euro (67,2 milioni il totale per 39.406 famiglie). Mantova – 29.551 famiglie con un importo pro capite di 1.595 euro (47 milioni in tutto) – precede Lecco, nona, ma prima per valore unitario più basso (1.486 euro): sul Lario l’indebitamento coinvolge 24.964 famiglie (37 milioni il totale).

Le tre province meno indebitate sono Sondrio, Lodi e Cremona. In Valtellina le vacanze col prestito riguardano 12.862 nuclei, con un debito pro capite di 1.592 euro e una cifra complessiva di 20,4 milioni. Supera, invece, i 24,5 milioni la somma finanziata nel Lodigiano (15.480 famiglie, 1.586 euro a testa), mentre a Cremona sono in 24.032 a partire col finanziamento: 39,2 milioni l’indebitamento complessivo ( 1.633 euro quello pro capite).

( Fonte IL GIORNO – Luca Balzarotti )