Economia e Lavoro

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La “guerra al contante” uno strumento puramente ideologico e politico?

Euro digitale: Francesco Pontelli -Economista- conversa con l’AI

Secondo la Banca Centrale Europea (BCE), l’obiettivo principale dell’euro digitale è affiancarsi al contante per offrire ai cittadini una moneta pubblica elettronica sicura, gratuita e accettata ovunque nell’area euro. La “motivazione” di fondo, sempre addotta dalla BCE, è rappresentata dalla “necessità di adeguare la moneta pubblica all’era digitale”, così proteggendo l’autonomia economica dell’Europa dall’avanzata di grandi società tecnologiche estere e criptovalute private, in particolare statunitensi.
Personalmente come “economista indipendente” (così vengo definito dalla AI), quindi senza nessun riferimento politico da servire, rimango molto scettico rispetto a queste argomentazioni formali.
Ho avviato quindi una conversazione relativa all’Euro digitale proprio con Gemini AI in quanto il dibattito rimane sempre condizionato da posizioni politiche ed ideologiche. Riporto di seguito alcuni brani maggiormente importanti della conversazione.

FP: “Quali sono le motivazioni dell’Euro digitale …”
Gemini: “Evitare che il sistema dei pagamenti europeo diventi dipendente da operatori privati extraeuropei o da colossi tecnologici (Big Tech), garantendo l’autonomia strategica dell’UE”.


FP: “Tuttavia avendo un limite di 3.500 è evidente che non può sostituire i servizi delle carte di credito statunitense…”
Gemini: “Hai perfettamente ragione. Con un limite massimo consigliato (che gli esperti stimano intorno ai 3.000 o 3.500 euro per cittadino), l’euro digitale non nasce per fare la guerra alle carte di credito tradizionali sui grandi acquisti. Questo limite di 3.500 euro ha la funzione di salvare le banche. Se non ci fosse un limite, le persone potrebbero svuotare i propri conti correnti bancari per mettere tutti i risparmi nell’euro digitale (che è molto più sicuro, essendo garantito dallo Stato). Questo causerebbe una fuga di depositi dalle banche normali, che si ritroverebbero senza soldi da prestare a famiglie e imprese per mutui e finanziamenti”.

FP: “Questo limite allora definisce automaticamente un diverso obiettivo”
Gemini: “Il suo scopo è un altro: sostituire l’uso quotidiano del contante, non i servizi finanziari complessi”.

Dopo questa conversazione, sempre da Gemini: “L’economista Francesco Pontelli definisce la “guerra al contante” come uno strumento puramente ideologico e politico, sostenendo che le limitazioni al denaro fisico non servano davvero a fermare neppure la grande evasione fiscale.
Secondo la sua visione, si tratta di una strategia fallimentare che toglie libertà ai cittadini e favorisce unicamente il sistema bancario. Ecco i punti principali che riassumono la netta posizione di Francesco Pontelli su questo tema.

Lo “strumento ideologico”, falsa bandiera: per Pontelli, la lotta al denaro fisico è diventata una bandiera politica sbandierata da partiti ed economisti distanti dalla realtà. Nessun legame con la vera evasione: l’economista evidenzia come la grande evasione non avvenga con le mazzette di banconote, ma tramite complessi meccanismi finanziari e societari internazionali, portando ad esempio i grandi gruppi che patteggiano cifre milionarie con il fisco per la sede legale all’estero.

Il favore fatto alle banche – Più potere ai banchieri: limitare il denaro contante costringe i cittadini a far transitare ogni singola risorsa economica dentro i circuiti elettronici.

I guadagni del sistema: in questo modo, le banche ottengono enorme liquidità nei conti correnti a interessi minimi o nulli e guadagnano cifre colossali grazie alle commissioni sulle transazioni digitali.

Tornando quindi alla realtà non digitale, in buona sostanza anche se la giustificazione attuale addotta dalla BCE come dall’Unione Europea per l’introduzione dell’euro digitale sembrerebbe quella di preservare l’unità monetaria europea, ancora una volta la realtà ci dimostra che la motivazione principale rimane quella della guerra contante come forma di libertà ma soprattutto come espressione di pluralità politica anche nei  

La libertà dell’individuo dovrebbe essere tutta nata anche nella scelta delle forme di pagamento evitando in questo modo un controllo sempre più oppressivo

 In buona sostanza l’euro digitale diventa lo strumento di controllo perfetto quando invece bisognerebbe spostare il controllo dalle forme di pagamento alle forme di accumulo di determinate ricchezze e disponibilità finanziarie. In più rimane assolutamente invariato il monopolio dei servizi finanziari alle Major finanziarie statunitensi il cui potere non viene minimamente intaccato da questa invenzione digitale della BCE

Economia e Lavoro

Lo spreco alimentare brucia un terzo di quanto si ricava dalla vendita

Lo spreco alimentare brucia un terzo di ricavi derivanti dalla commercializzazione dei prodotti

Ogni alimento che finisce sprecato porta con sé anche il consumo di acqua, energia, suolo e risorse logistiche impiegate per produrlo, come è stato sottolineato in occasione della Giornata Mondiale della Gastronomia Sostenibile. Secondo i dati dei più recenti studi di settore, ripresi nell’ambito del World Economic Forum, a livello globale i costi derivanti dallo spreco alimentare equivalgono al 33% dei ricavi nella catena di approvvigionamento del retail, dalla fase post-agricola fino al punto vendita. Inoltre, oltre la metà (64%) dei dirigenti aziendali di settore afferma che questi costi sono aumentati negli ultimi tre anni in particolare in Paesi come Stati Uniti, India e Regno Unito.

Secondo le stime, il valore totale degli sprechi alimentari a livello mondiale è destinato a crescere del 9,43% tra il 2026 e il 2030, passando da 466 a 510 miliardi di euro di valore aggiunto globale perso, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 2,28%. Questo incremento costante sarà trainato in particolare dai comparti della carne, dell’ortofrutta e dei prodotti da forno, tutti in crescita anno su anno. Per dare un’idea della portata del problema, il valore annuo degli sprechi alimentari equivale a circa la metà di quanto costerebbe sfamare i circa 673 milioni di persone che, secondo le stime, hanno sofferto la fame nel 2025 in tutto il mondo.

Secondo i dati del Parlamento europeo, inoltre, ogni cittadino dell’Unione genera in media 129 kg di spreco alimentare all’anno, per un totale di quasi 60 milioni di tonnellate. Nel settembre 2025 sempre il Parlamento europeo ha stabilito per la prima volta a livello regionale nuovi obiettivi vincolanti per la riduzione degli sprechi alimentari entro il 2030 (Direttiva UE 2025/1892) con le imprese chiamate ridurre gli sprechi alimentari derivanti dalla trasformazione e dalla produzione del 10% rispetto alla media del periodo 2021 -2023. Allo stesso tempo, la popolazione mondiale è destinata a raggiungere quasi 10 miliardi di persone entro il 2050, il che richiederà ai sistemi alimentari di produrre molto di più con risorse sempre minori. Una risposta concreta a questa criticità arriva dall’Italia attraverso la mangimistica circolare, un modello che consente di recuperare surplus produttivi, eccedenze ed ex-prodotti alimentari trasformandoli in nuove risorse per l’alimentazione animale anzichè destinarli allo smaltimento.

In questo scenario, la Giornata Mondiale della Gastronomia Sostenibile ha richiamato l’attenzione sulla necessità di intervenire non solo sui consumi, ma sull’intera struttura della filiera alimentare. Ridurre lo spreco attraverso modelli circolari rappresenta oggi una delle leve più efficaci per migliorare efficienza, resilienza e sostenibilità del sistema agroalimentare europeo. Regardia, player italiano della circular economy, ha già sviluppato un modello industriale fondato sulla valorizzazione delle eccedenze agroindustriali attraverso due filiere complementari: la mangimistica e la produzione di energia mediante digestione anaerobica.

«Quando si parla di spreco alimentare, l’attenzione si concentra quasi sempre sul consumatore finale. In realtà una quota importante delle perdite nasce molto prima, all’interno dei processi produttivi e distributivi – ha spiegato Paolo Fabbricatore, Group ceo di Regardia – La vera sfida è evitare che prodotti ancora ricchi di valore nutrizionale vengano trattati come rifiuti. Attraverso la mangimistica circolare possiamo mantenere queste risorse all’interno del sistema economico, riducendo lo smaltimento e preservando le materie prime già impiegate. La sostenibilità non si misura soltanto da quanto spreco riusciamo a evitare, ma da quanto valore siamo capaci di recuperare: è qui che la circolarità diventa una leva industriale concreta»

CronacaEconomia e Lavoro

Sempre meno italiani vogliono comprare casa. L’immobiliare più rischioso del finanziario


I compratori di case sono in via di estinzione . La maggioranza degli acquisti è realizzata da chi ha 45 – 54 anni, ma il calo demografico li sta falcidiando.

L’andamento della popolazione per età
Variazione percentuale rispetto al 2025

Crescono i nuclei di single, ma soprattutto quelli over 65.
Sono potenziali acquirenti di abitazioni, ma ad aumentare di più sono i single più anziani, che spesso hanno già una casa.

Variazione tra 2009 e 2024

Fonte: Istat

Chi compra casa se i potenziali acquirenti saranno sempre meno?
Davanti ai dati sempre più eloquenti sulla demografia italiana dovrebbe essere ormai obbligatorio farsi questa domanda.

Secondo le statistiche di Tecnocasa il 55,2% di chi ha acquistato una casa nel 2025 aveva meno di 45 anni, il 30,7% meno di 35, ma proprio quest’ultima fascia di popolazione, quella con la maggioranza relativa di acquirenti, è quella che ha visto il maggiore calo in Italia: in 30 anni, tra il 1995 e il 2025 quanti hanno tra 20 e 34 anni sono diminuiti da 13,5 a 9,3 milioni, -31,9%. Hanno subìto una riduzione maggiore anche di quella degli under 20, -20%. Calano anche i 35-44enni: nel 2025 erano il 10% in meno rispetto al 1995, ma ben il 27,6% in meno rispetto al 2010.

Non solo, dal 2018 hanno cominciato a diminuire anche coloro che hanno tra i 45 e i 54 anni, in sette anni il loro numero è sceso del 7,7%. Quindi si torna alla domanda: chi comprerà una casa se coloro che, per motivi anagrafici, ne hanno più bisogno, sono sempre di meno? Anche considerando che il trend non si arresterà e che aumentano solo coloro che una casa ce l’hanno già.

Nei prossimi decenni cresceranno solo gli over 65enni

Come si vede dal grafico la fascia tra i 20 e 34 anni secondo le proiezioni dell’Istat è destinata a perdere 7,5 milioni di persone nel 2050, -18,3% rispetto al 2025. Al contrario, i 35-44enni saranno pressoché stabili scendendo del 2,8% entro il 2035 e solo dello 0,5% per il 2050. È un fenomeno, quest’ultimo, dovuto alla piccola ripresa delle nascite e al flusso migratorio degli anni tra il 1995 e il 2010, ma verrà più che compensato dalla prosecuzione del calo dei 45-54enni, -19,7% tra 2025 e 2035, -21,1% entro il 2050.

In sostanza le generazioni in cui si raccoglie la maggioranza della domanda di abitazioni vedranno una forte riduzione, e se mancano gli acquirenti di un bene è difficile pensare che questo possa aumentare di valore. Tra l’altro, al contrario di quanto avvenuto finora, sono destinati a diminuire anche coloro che fanno parte del segmento più ricco in Italia, quanti hanno tra i 55 e i 64anni: dopo essere aumentati del 35,7% dal 1995 al 2025, entro il 2050 scenderanno del 18,3%. La possibilità di una crescita della domanda di immobili rimarrà nelle mani dell’unica fascia d’età che continuerà ad ampliarsi (+32,3% entro il 2050), quella di chi ha più di 65 anni. Ma sarà molto difficile che acquistino una casa: secondo la Banca d’Italia questi anziani nell’87,3% dei casi vivono già in una casa di proprietà, in usufrutto o in uso gratuito, solamente il 17,1% non possiede nessun immobile e anzi il 18,2% ha un’altra abitazione oltre a quella nella quale vive.

Crescono i nuclei di single, ma non di giovani single

Un’obiezione che spesso viene fatta è che se c’è una riduzione dei giovani o, ormai, anche degli italiani di mezza età, tuttavia crescono i nuclei familiari. È un fenomeno dovuto alla diminuzione delle coppie, con o senza figli, e all’aumento dei single: le persone che vivono da sole sono passate in soli 15 anni da 6,7 a 9,6 milioni, ovvero dal 28,1% al 36,2% del totale dei nuclei, e le previsioni dell’Istat stimano che supereranno gli 11 milioni nel 2050, cioè rappresenteranno il 41,1% di tutti i nuclei familiari. Le coppie con figli, invece, sono diminuite in 15 anni dagli 8,9 ai 7,4 milioni, quelle senza prole sono cresciute da 4,8 a 5,1 milioni e i monogenitori da 1,9 a 2,6 milioni.

La conseguenza, appunto, è che sempre dal 2009 al 2024 sono aumentati da 24 a 26,4 milioni i nuclei familiari totali e raggiungeranno i 27,2 milioni entro il 2040. Tuttavia se osserviamo i dati più nel dettaglio vediamo che la grandissima parte di questo incremento ha riguardato chi ha più di 45 anni, per esempio le persone sole di questa età sono cresciute di 2,6 milioni, mentre l’aumento dei nuclei di singoli con meno di 45 anni è stato solo di 230mila unità e, anzi, se il calcolo inizia dal 2011 non c’è stato alcun aumento. Anche se guardiamo ai monogenitori osserviamo che più di metà di essi, 1,5 milioni nel 2024, ha in realtà più di 55 anni.

Anche questa tendenza continuerà in futuro, considerando il costante calo del numero dei giovani e l’aumento degli anziani: sia le persone sole che le coppie senza figli e persino quelle che vivono con essi saranno in realtà sempre più composte da persone con più di 65 anni, magari con figli ormai grandi.

L’enorme passaggio di immobili tra generazioni non favorirà la domanda di abitazioni

Che cosa significano questi numeri? Semplice: che l’aumento dei nuclei familiari non fermerà la caduta della domanda di nuove abitazioni, perché parliamo di famiglie che già posseggono un’abitazione e, soprattutto, si ritroveranno a ereditarne una. Secondo Itinerari previdenziali (che si basa su dati di Banca d’Italia del 2022) il 44% del patrimonio immobiliare italiano, ovvero 2.559,5 miliardi su 5.808,5 miliardi di euro, è in mano agli over 65, ma se contiamo anche i 50-65enni si arriva a una quota dell’86,5%, cioè più di 5mila miliardi di euro di immobili che nei prossimi decenni dovranno cambiare di mano.

Più precisamente, questo enorme patrimonio, ora in mano a 27,6 milioni di italiani, dovrà essere suddiviso su un numero non molto superiore di persone, circa 31,4 milioni. Significa che anche senza dover aggiungere molti capitali, ognuno degli under 50 potrà raggiungere il livello di ricchezza patrimoniale analogo a quello, molto elevato, degli anziani e non avrà grande necessità di acquistarne altri.

Alcune aree del Paese attraggono popolazione, ma cambiano continuamente

Se c’è un fenomeno che invece può ancora provocare un incremento localizzato della domanda e, quindi, del valore degli immobili, è quello dei movimenti interni della popolazione, che sono effettivamente cresciuti nel tempo, visto che tra 2015 e 2025 i trasferimenti di residenza sono aumentati del 13,3%: circa 1,45 milioni di italiani ogni anno cambiano luogo di residenza. Tuttavia per più della metà si tratta di spostamenti nella stessa provincia, per esempio quando si forma una coppia e due persone vanno a vivere insieme. Il 50,2% si muove da un comune del Nord a un altro del Nord, i trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono il 7,2% del totale, contro l’8% del 2015, non va quindi sopravvalutato l’impatto dell’eterna migrazione dalle regioni meridionali e settentrionali.

C’è poi stata certamente una concentrazione della popolazione nei grandi centri, in cui quindi la domanda di immobili è aumentata ma, attenzione, non è detto che continui, forse anzi si è già fermata: in testa alle statistiche per tassi migratori, interni e dall’estero, non ci sono più Milano o Roma, con i loro hinterland, ma altre province, come Pavia, 14,4 ogni mille abitanti la differenza tra arrivi e partenze nel 2025, contro un dato medio italiano di 5, uno milanese di 5,5, uno romano di 5,2. E poi le province di Imperia, 11,4, Alessandria, 11,3, Ferrara, 10,9, Novara, 10,5. La Città Metropolitana di Milano l’anno scorso ha anzi sofferto un tasso migratorio interno negativo, sono di più coloro che sono andati in altre aree d’Italia di quelli che sono arrivati. Questi dati erano molto diversi lo scorso decennio: per esempio Milano era stabilmente nella top 10 per tasso migratorio, se non prima come nel 2013 e 2014.

Gli scenari relativi ai trasferimenti delle persone sono cambiati e cambieranno velocemente, e con essi le narrazioni e i falsi miti collegati, oggi la provincia attrae più della grande città, per i costi relativamente inferiori, domani chissà. Ugualmente imprevedibile, salvo poche eccezioni, è l’andamento dell’attrazione turistica. Affidarsi a queste mutevoli condizioni di contorno per decidere un impiego di capitali che dovrebbe avere un orizzonte di decenni aggiunge un ulteriore elemento di azzardo a un investimento, quello immobiliare, già di fatto più rischioso di quello finanziario.

Economia e Lavoro

Economia – Cresciuto dell’11% nel 2025 il credito alle imprese

L’analisi settoriale evidenzia come alcuni settori, Tessile e Abbigliamento e Trasporti e Logistica, .già strutturalmente in difficoltà, stiano continuando a soffrire

Nel 2025, il credito erogato alle imprese è cresciuto di circa l’11% grazie alle migliori condizioni di accesso al credito rispetto all’anno precedente, portando il trend dello stock attivo a saldo positivo dopo un lungo periodo di calo. In termini di rischiosità, a dicembre 2025 è cresciuto il tasso di default delle società di capitali, attestandosi al 3,3% e segnando un incremento dello 0,3% rispetto al semestre precedente.
Invece, rimane sostanzialmente stabile il livello di rischio delle Ditte e Società di Persone (2,9% a dicembre 2025 rispetto al 2,8% a giugno 2025). Complessivamente, il tasso di default medio delle imprese si attesta al 3% (contro il 2,8% del semestre precedente). Con riferimento alle società di capitali, le previsioni per il 2026 ipotizzano un’ulteriore crescita della rischiosità delle imprese alla luce dell’attesa evoluzione del quadro macroeconomico, che risentirà di un contesto geopolitico fortemente instabile. Tale contesto sconta la situazione in Medio Oriente che sta producendo impatti sia in termini di costi energetici sia delle materie prime, oltre che per quanto riguarda la regolarità della supply chain, facendo presagire una crescita dell’inflazione già nel corso di quest’anno.
La durata del blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta l’elemento chiave che influenzerà il trend sia dell’inflazione che del PIL europeo e nazionale, nonché l’adozione da parte della Bce di misure di politica monetaria volte a calmierare il possibile trend rialzista dei prezzi. Alla luce di ciò, le aspettative per il 2026 sui tassi di default sono di crescita, fino a raggiungere il 3,7% in uno scenario base, che prevede una crescita del PIL dello 0,4%, un’inflazione in moderato aumento intorno al 3% e tassi di interesse in lieve rialzo.
In questo contesto, ci si attende una normalizzazione dei flussi commerciali nel corso del secondo semestre 2026 e una erogazione del credito solo parzialmente più selettiva da parte degli istituti finanziari, anche per effetto di un possibile lieve ritocco al rialzo dei tassi di interesse Bce nel corso dei prossimi trimestri. In caso di ulteriore deterioramento del conflitto in Medio Oriente e di persistenti tensioni nello Stretto di Hormuz, nello scenario worst di CRIF Ratings si prevede per l’Italia una lieve recessione con PIL in calo fino al -0,5%, un aumento dell’inflazione al 5% e conseguente incremento dei tassi di interesse al 3,5%, con relativo impatto più accentuato sulle erogazioni del credito. In tale scenario, le previsioni vedono un più marcato rialzo dei tassi di default che potrebbero attestarsi su livelli prossimi al 4,4% per la fine del 2026, a cui si potrebbe associare una più intensa pressione sui volumi erogati alle imprese.
Questa è la fotografia che emerge dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF. Lo studio analizza periodicamente i principali indicatori relativi all’andamento del credito di un campione di oltre 2,5 milioni di imprese monitorate, elaborati sulla base del patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC. La crescita più sostenuta degli importi erogati (+15,7%) ha riguardato le Società di Capitali con fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, caratterizzate tipicamente da una più limitata diversificazione delle fonti di finanziamento che si concentrano in prevalenza sul canale bancario.
L’analisi settoriale evidenzia come alcuni settori, già strutturalmente in difficoltà e/o colpiti dall’incertezza, specie in tema dazi a partire dalla primavera 2025, stiano continuando a soffrire evidenziando una crescita dei tassi di default sopra media e dinamiche degli importi erogati sotto media, con particolare riferimento a Tessile e Abbigliamento e Trasporti e Logistica. Nel 2025, il settore Tessile e Abbigliamento conferma una condizione di fragilità strutturale e senza segnali di ripresa, evidenziata dal calo dei finanziamenti (-5,8%) e dal forte aumento del rischio di credito. I tassi di default crescono infatti significativamente dal 4,3% di giugno 2025 al 4,8% di fine anno, segnando un aumento più marcato della media delle Società di Capitali. Per il comparto, le previsioni 2026 vedono un ulteriore rialzo dei tassi di default, con una più forte intensità rispetto alla media nazionale, come conseguenza degli effetti del previsto contesto macroeconomico e geopolitico su un settore già storicamente in difficoltà e che dispone di una minor capacità di assorbire shock esterni, sia sulla struttura dei costi che in termini di mercati di sbocco. Il settore Trasporti e Logistica ha evidenziato una crescita degli importi erogati su livelli molto inferiori rispetto al totale delle società di capitali (+3,8% importi erogati al settore contro 11,2% del totale delle società di capitali). Nel corso d’anno il settore ha vissuto un periodo di forte competizione in un contesto di forte instabilità economica. Ne è quindi conseguito un tasso di default in crescita coerentemente con l’evoluzione del rischio a livello nazionale, confermandosi su livelli significativamente superiori alla media (4,8% tasso di default del settore a dicembre 2025 contro il 3,3% del totale delle società di capitali). Le aspettative per il 2026 vedono la rischiosità del comparto in aumento scontando una struttura dei costi attesa sotto pressione, alla luce di un contesto internazionale caratterizzato da prezzi energetici elevati ed estremamente volatili. A questo si aggiungerà il perdurare di un contesto competitivo particolarmente sfidante, nonché le perduranti difficoltà sulla regolarità dei trasporti a livello internazionale. Nell’ultimo anno, il settore delle Costruzioni ha confermato il proprio ridimensionamento dopo gli anni di forte crescita sostenuta delle misure straordinarie di incentivazione, tra cui gli ecobonus. Ciò trova conferma nel calo del -2,4% delle erogazioni al comparto, in controtendenza rispetto alla media nazionale. Parallelamente, il profilo di rischio del settore ha evidenziato un progressivo peggioramento, con un tasso di default in crescita dal 4,0% di metà anno al 4,5% registrato a fine 2025, confermando come le aziende delle Costruzioni siano tra quelle a maggior rischio. Le prospettive per il 2026 vedono il protrarsi di un mercato domestico debole, potenziali spinte inflazionistiche con effetti sul potere di acquisto dei consumatori, nonché un quadro di instabilità a livello globale che potrebbe influenzare negativamente le scelte di investimento anche nel settore delle Costruzioni. Tale scenario vede un aumento del tasso di default su livelli superiori alla media nazionale. Nel 2025, il Commercio al dettaglio ha evidenziato una crescita delle erogazioni sostanzialmente in linea con il totale delle Società di Capitali (+10,4%). Allo stesso tempo, il settore ha però mostrato segnali di aumento del rischio, con un tasso di default che si è assestato al 4,1% a dicembre 2025 e che mostra una crescita superiore rispetto alla media nazionale (+0,4 p.p.). Se da un lato il comparto ha mostrato nel 2025 un profilo di rischio sotto controllo, dall’altro l’indice di fiducia delle imprese del settore ha subito una significativa flessione (circa 6 punti da dicembre 2025 ad aprile 2026), figlia dell’attuale scenario globale. Le previsioni vedono una crescita della rischiosità ancor più marcata rispetto al trend storico, riflettendo un 2026 difficile per quanto riguarda il potere di acquisto dei consumatori, instabilità geopolitica, aumento dei costi e crescita della pressione competitiva..

Economia e Lavoro

Una nuova tassa patrimoniale sarebbe per l’Italia l’ennesimo errore economico?

di Francesco Pontelli – Economista

Negli ultimi anni, dopo il Covid, il PNRR ha assicurato, oltre alle entrate fiscali ordinarie, circa 220 miliardi la cui disponibilità avrebbe dovuto avviare opere di modernizzazione e adeguamento infrastrutturale. Come inevitabile
conseguenza si sarebbe assicurata all’Italia, secondo il ministro dell’Economia del Governo Conte ed attuale sindaco di Roma Gualtieri, una ripresa economica in un Paese che si trovava in grave difficoltà a causa delle conseguenze della pandemia.

La realtà ha insegnato ancora una volta come invece il progresso economico assicurato da questi fondi europei, dei quali oltre 180 a debito, si sia rivelato solo di qualche decimale di Pil, viceversa ha determinato una esplosione del debito pubblico.
Buona parte del mondo progressista, “sia politico che mediatico”, si conferma concettualmente ed intellettualmente folgorato dalla nuova tesi economica sulla base della quale una patrimoniale potrebbe assicurare le risorse finanziarie per garantire quella inversione del ciclo economico, ma non ottenuta con i fondi del PNRR, in quanto garantirebbe 23 miliardi di risorse
aggiuntive (che sono solo il 10,1% del PNRR).
Andrebbe ricordato a questi dotti esponenti dell’economia contemporanea come attualmente la spesa pubblica rappresenti il 51,3% del PIL
Quindi, a fronte di un valore di 1.153 miliardi, un incremento di altri 23 miliardi rappresenterebbe una crescita del +2% nella disponibilità di risorse finanziarie pubbliche.
In più, oltre all’aspetto contabile, si continua a non voler affrontare il vero problema fondamentale quando si parla di finanza pubblica.
Andrebbe ricordato, infatti, una volta di più come la crescita economica trainata dalla spesa pubblica rimanga risibile in quanto esprime una scarsa produttività della spesa pubblica () i cui ha effetti si confermano minimi rispetto all’impegno finanziario. La tecnologia in questi casi ci viene incontro in quanto estratto da AI Gemini:

L’economista Francesco Pontelli sostiene che “l’inefficienza della spesa pubblica in Italia e la crescita della povertà siano strettamente interconnesse, alimentate da un sistema in cui le risorse statali vengono utilizzate per mantenere il consenso elettorale anziché per generare investimenti produttivi. Secondo la sua analisi, la gestione della spesa pubblica e del prelievo fiscale rappresenta una delle vere forme di potere nel Paese. Tuttavia, quando questa spesa è inefficiente finisce per gravare sulla ricchezza privata ed alimentare le diseguaglianze” ().
Come logica conseguenza, solo l’efficientamento della spesa pubblica rappresenterebbe la garanzia per ottenere quegli effetti desiderati e quindi creare le condizioni politiche finalizzate anche ad un aumento del prelievo fiscale, il quale dovrebbe rimanere comunque inferiore alle dinamiche chiaramente indicate dalla Curva di Laffer.
Viceversa, rimanendo invariata l’efficacia della spesa pubblica, l’introduzione di una patrimoniale rappresenterebbe l’ennesimo errore economico, politico e sociale in quanto continuerebbe ad alimentare e sostenere un rapporto tra il quinto posto in termini di valore e il ventitreesimo in termini di efficienza espresso dalla spesa pubblica (5/23), il cui disequilibrio ha alimentato le diseguaglianze territoriali, economiche e sociali del Paese. ()

L’Italia si posiziona al 23° posto su 28 paesi dell’Unione Europea per efficienza e qualità dei servizi della Pubblica Amministrazione secondo il Quality of Government Index della Commissione Europea. Viceversa, per quanto riguarda l’entità della spesa pubblica l’Italia si garantisce un “ottimo” 5° posto.

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Pignoramento del conto corrente | Fisco a caccia di debitori

Tempi duri per chi ha debiti col Fisco italiano: l’Agenzia delle Entrate-Riscossione sta accelerando con la verifica della posizione debitoria di ogni contribuente e con il pignoramento del conto corrente.

Migliaia di notifiche sono già partite in tutta Italia: nel mirino finiscono soprattutto imprese, professionisti, autonomi e contribuenti con cartelle esattoriali non pagate, rateizzazioni decadute o debiti fiscali accumulati nel tempo.

Come funziona il pignoramento del conto corrente

L’obiettivo dell’ente di riscossione è aumentare il recupero delle somme dovute attraverso procedure più rapide rispetto al passato, favorite dall’incrocio digitale dei dati bancari e tributari.

Secondo le stime, entro la fine dell’anno 2026 potrebbero essere emessi tra 100mila e 120mila pignoramenti presso terzi. La metà delle notifiche si concentra in Lombardia, Lazio e Campania.

Il pignoramento presso terzi consente all’Agenzia delle Entrate-Riscossione di intervenire direttamente sulle somme depositate nei conti correnti dei debitori. Quando la banca riceve l’atto, deve bloccare immediatamente gli importi presenti fino alla cifra esatta richiesta dal Fisco.

L’istituto di credito ha poi 60 giorni di tempo per trasferire le somme all’ente creditore. La procedura non richiede il via libera preventivo di un giudice e proprio questa caratteristica rende l’iter molto più veloce rispetto ad altre forme di esecuzione forzata.

Questo significa che verosimilmente molti contribuenti andranno a scoprire il blocco soltanto al momento di effettuare un bonifico, un prelievo o un pagamento elettronico. Per aziende e professionisti le conseguenze possono diventare più pesanti, perché il congelamento delle somme può rallentare stipendi, pagamenti ai fornitori, rate e altre attività quotidiane.

Chi rischia l’accertamento fiscale

Tra i soggetti più esposti ci sono titolari di partita Ivalavoratori autonomiprofessionisti e imprese che negli ultimi anni hanno accumulato arretrati fiscali o contributivi.

Nel caso delle aziende, le posizioni più frequenti riguardano:

  • Iva non versata;
  • imposte sui redditi rimaste insolute;
  • contributi previdenziali arretrati.

Per i cittadini, invece, i debiti possono derivare anche da:

  • bollo auto non pagato;
  • Tari;
  • multe e sanzioni stradali;
  • tributi locali rimasti insoluti.

Anche importi inizialmente contenuti possono crescere rapidamente nel tempo a causa di interessi, sanzioni e spese di riscossione.

Ci sono dei limitistipendi e pensioni accreditati sul conto corrente non possono essere pignorati integralmente e restano soggetti alle protezioni stabilite dalla legge.

Fisco digitale, accertamento più veloce

Come detto, l’incrocio automatico delle informazioni fiscali e bancarie ha ridotto di molto i tempi di avvio delle azioni esecutive, ma dal 2027 il sistema di riscossione fiscale diventerà ancora più digitale grazie all’utilizzo dei dati della fatturazione elettronica.

Il contribuente ha solo due alternative. La prima soluzione è il pagamento immediato dell’intero debito, che consente di chiudere la procedura di riscossione.

C’è poi l’alternativa più utilizzata, che è la rateizzazione: per debiti fino a 120mila euro la richiesta può essere presentata direttamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Per importi superiori, invece, serve documentare una situazione di temporanea difficoltà economico-finanziaria secondo i criteri previsti dal decreto del 27 dicembre 2024 del Ministero dell’Economia. Persone fisiche e ditte individuali in regime semplificato devono dimostrare il temporaneo stato di crisi attraverso il rapporto tra Isee e debito residuo. Gli altri soggetti devono produrre documentazione aggiuntiva legata agli indici di liquidità e alla sostenibilità del piano di rientro. Quando la rateizzazione viene accolta e le rate vengono pagate regolarmente, le procedure esecutive vengono di norma sospese.

Economia e Lavoro

Per sposarsi si chiede un finanziamento | Il budget medio è di 14mila euro.

Aumentano le coppie che arrivano all’altare o davanti al sindaco grazie a un finanziamento. Nell’ultimo anno si contano 400 milioni stanziati a livello nazionale per i matrimoni. Prestiti da restituire in 5 anni (60 rate) per un valore medio di 8.800 euro (fonte Facile.it-Prestit.it). In Lombardia l’importo sale a a 9.545 euro. Como con 11.329 euro è la provincia con il valore più alto: precede Sondrio con 10.395 euro, Varese con 10.156 e Lodi con 10.108. Appena giù dal podio dei finanziamenti più onerosi si trovano Monza con una media di 9.767 euro, Lecco con 9.543, Brescia con 9.384 e Milano con 9.202. Le quattro province con i prestiti meno “pesanti“ sono Bergamo (7.423 euro), Mantova (7.818), Cremona (8.440) e Pavia (8.875).

Oggi per sposarsi occorre un budget medio che sfiora i 14mila euro. Una cifra che – in base alle ultime ricerche – fa desistere il 21% delle coppie dal matrimonio, portando a un caso su cinque la rinuncia dettata da ragioni economiche.

Le voci che incidono di più sul conto finale sono legate agli sposi: l’abito per lei varia da 500 a 8.000 euro, per lui da 700 a 3.000. Per le scarpe occorre stanziare tra i 100 e i 300 euro per l’uomo, fino a 3.000 euro per la donna. Poi c’è il trucco, da 175 a 600 euro. Il noleggio dell’auto, per chi non ha la fortuna di poter contare su amici o conoscenti, richiede tra 300 e 600 euro, mentre il servizio fotografico oscilla da 1.500 a 2.500 euro. I fiori per addobbare cerimonia e location del ricevimento possono variare molto a seconda dell’allestimento, ma spendere meno di 1.500 euro diventa impresa ardua. Infinec’è il catering per il pranzo: il saldo finale dipende dal numero di invitati che – in base al menu scelto – “costano“ dai 150 ai 250 euro a persona a cui va aggiunta la torta (da 200 a 1.500 euro). In caso di festa serale, con musica e dj o musicisti live, occorre integrare con un extra tra 800 e 3.000 euro. Infine le bomboniere: l’esborso si può contenere tra 5 e 20 euro.

“Sposarsi ha dei costi oggettivamente importanti: è comprensibile che molte coppie preferiscano dilazionare il pagamento evitando così troppe rinunce”, afferma Andrea Bettinzoli, wedding planner della Chapeau Consulting. “Risparmiare, però, è possibile, soprattutto razionalizzando alcuni costi che possono essere “condivisi” con altre coppie che si sposano nello stesso giorno e nello stesso luogo: ad esempio i fiori per l’allestimento della chiesa”.

Economia e Lavoro

Brianza – Aumentate del 39% le liquidazioni giudiziarie (fallimenti) nei primi 3 mesi del 2026

I primi tre mesi dell’anno si sono chiusi con 572 liquidazioni giudiziali in Lombardia. Un incremento del 19% rispetto allo stesso periodo del 2025. La procedura che, in base al nuovo Codice entrato in vigore nel luglio 2022, sostituisce il fallimento ha interessato in media oltre sei imprese al giorno.

Commercio e servizi si sono rivelati i due settori più fragili. Il report di Cribis, società del Gruppo Crif specializzata nelle informazioni commerciali su aziende italiane ed estere, aggiornato al 30 marzo fotografa un ciclo economico in sofferenza. Il primo bilancio trimestrale del 2025 contava 480 liquidazioni in tutta la regione, 92 in meno.
 Il peggioramento ha interessato nove province su dodici. Bergamo è passata da 44 a 70 procedure, con un aumento del 59%. Brescia da 56 a 62 (+10,7%), Como da 20 a 24 (+20%), Monza da 28 a 46 (+39%), Lecco da 5 a 6 (+20%) Milano da 228 a 267 (+14,6%), Pavia da 17 a 20 (+17,6%), Sondrio da 4 a 7 (+75%) e Varese da 30 e 36 (+20%). Le liquidazioni giudiziali sono invece diminuite a Cremona (da 19 a 18) del -5,2%, a Lodi (da 12 a 9) del -25% e a Mantova (da 17 a 7) del -58,8%.

“Il primo trimestre evidenzia una crescita significativa delle liquidazioni giudiziali e riporta il fenomeno ai livelli registrati nel corrispondente periodo del 2019. Un sintomo di come quel periodo, in cui interventi straordinari avevano attenuato le fragilità del sistema produttivo, sia ormai finito – analizza Marco Preti, amministratore delegato di Cribis –. Oggi queste fragilità riemergono in modo più selettivo, colpendo soprattutto i settori più esposti alla domanda interna e alla dipendenza dal credito. Più che una crisi generalizzata, stiamo osservando una fase di riassestamento in cui la capacità di gestire la liquidità, più ancora del fatturato, diventa il vero discrimine tra continuità e uscita dal mercato. In un contesto ancora segnato da domanda debole, costo del credito elevato e forte incertezza internazionale, per molte imprese diventa sempre più difficile mantenere equilibrio finanziario e continuità operativa”.

La centralità dell’accesso al credito emerge anche dall’ultimo rapporto di ricerca “Credito e liquidità” realizzato da Format Research per l’Osservatorio Congiunturale di Confcommercio Bergamo: negli ultimi sei mesi il 20% delle imprese ha chiesto liquidità al sistema bancario, un dato in aumento rispetto ai periodi precedenti. Tuttavia le domande accolte interamente sono poco meno della metà (48%), al di sotto della media nazionale (67%). A frenare la competitività sono soprattutto i tempi di elaborazione e l’importo concesso: il 27% delle domande accolte si traduce in meno credito di quanto chiesto (contro il 16% in Italia), mentre le aziende in attesa di risposta toccano il 18%. Quasi quattro volte sopra al 5% della media nazionale.

Economia e Lavoro

Banche online, un servizio economico e sempre più completo

  • La desertificazione bancaria è uno dei temi di maggiore attualità del mercato italiano, con sempre meno filiali e sportelli a disposizione dei consumatori
  • Le banche online continuano a offrire un servizio più economico rispetto a quelle tradizionali
  • Anno dopo anno, gli istituti che operano online arricchiscono la propria offerta commerciale con nuovi servizi aggiuntivi, riducendo le differenze con le banche tradizionali

La trasformazione del mercato bancario italiano segue due tendenze principali. Il primo è rappresentato dalla forte crescita delle banche online, che offrono un servizio sempre più completo tramite piattaforme di Internet banking in costante evoluzione. Il secondo, invece, è quello della desertificazione bancaria, con tanti istituti “tradizionali” che stanno riducendo il numero di filiali e con il 43,3% dei comuni italiani che non ha nemmeno uno sportello (dati dell’Osservatorio della Fondazione Fiba di First Cisl), costringendo i residenti a spostamenti per poter accedere a servizi bancari di persona.

La nuova indagine dell’Osservatorio Conti di Segugio.it si concentra proprio su queste due tendenze e sul confronto tra banche online e banche tradizionali. Per molti risparmiatori, infatti, oggi è sempre più conveniente scegliere un istituto che opera solo online, ignorando completamente la presenza di una filiale. Per contrastare la fuga di clienti verso gli istituti online, però, le banche tradizionali si stanno trasformando e, pur riducendo il numero di sportelli, puntano a digitalizzare sempre di più i propri servizi, con l’obiettivo di eliminare le differenze con gli istituti che operano principalmente o esclusivamente tramite canali digitali.

I costi fissi: con le banche online si risparmiano 50 euro all’anno

Il confronto tra banche online e banche tradizionali passa soprattutto da una comparazione tra costi e servizi. Per quanto riguarda i costi di mantenimento di un conto corrente, ad esempio, la differenza è evidente. Considerando infatti un campione composto dai principali istituti bancari attivi in Italia (10 online e 10 tradizionali), una rapida analisi dell’offerta commerciale mette in mostra la differenza nel costo di mantenimento, inteso come la somma del canone periodico e del canone della carta di debito.

Un conto con una banca online è quasi sempre a canone zero (con un dato medio pari ad appena 0,99 euro all’anno). In alcuni casi, questi istituti includono la possibilità di passare a conti premium, con un costo mensile e servizi extra inclusi. Lo scenario cambia completamente analizzando le proposte degli istituti tradizionali: infatti in questo caso il costo di mantenimento è in media di 50,88 euro all’anno Tutte le banche considerate propongono dei sistemi per ridurre o azzerare il canone (accredito stipendio/pensione, saldo minimo sul conto, attivazione di altri servizi etc.).

Le differenze per prelievi e bonifici

Un altro elemento da confrontare è il costo delle operazioni principali: le banche online, pur non avendo sportelli, hanno commissioni ridotte per il prelievo, con ogni prelievo che costa in media 0,26 euro Ci sono alcune limitazioni da considerare, come un limite di importo ad operazione, oppure mensile per poter prelevare senza costi, ma in linea di massima è possibile prelevare con costi ridotti. Infine, per quanto riguarda i bonifici, si tratta di un’operazione sempre senza commissioni.

Per le banche tradizionali, il costo del prelievo è quasi sempre nullo se l’operazione viene effettuata da un ATM del proprio istituto, mentre da ATM di altri istituti è previsto un costo medio di 1,99 euro per operazione. Per i bonifici, la commissione è di 0,65 euro se l’operazione viene effettuata online in autonomia. Allo sportello i costi aumentano sensibilmente, rendendo un semplice trasferimento di denaro un’operazione più costosa. Ricordiamo comunque che, come da prassi consolidata nel mercato, gli istituti con filiali sul territorio tra quelli considerati dall’indagine offrono l’accesso a una piattaforma online di “home banking” per effettuare operazioni di questo tipo.

Servizi aggiuntivi: le differenze si riducono

Le banche online stanno diventando sempre più complete e offrono diversi servizi accessori per eliminare il gap con gli istituti tradizionali. Infatti, negli ultimi anni, molti risparmiatori hanno preferito non puntare su un istituto online proprio per via dell’assenza di servizi accessori, spesso limitandosi a scegliere una di queste banche solo come secondo conto. Le differenze si stanno però riducendo sempre di più.

Tutte le banche tradizionali propongono la possibilità di richiedere la carta di credito, con un costo di 47,75 euro all’anno, e l’accesso a un conto titoli per poter investire. Nel 40% dei casi, è inoltre possibile accedere anche a soluzioni di risparmio (remunerazione del saldo, conto deposito etc.) per incrementare il valore della propria liquidità, con un tasso promozionale medio del 2,25% valido solo per un breve periodo (6-12 mesi).

È evidente come le banche online stiano cercando di arricchire la propria offerta: nel 70% dei casi, ad esempio, è possibile richiedere una carta di credito, con un canone annuo pari a 16,5 euro, mentre nel 70% dei casi è possibile accedere a una soluzione di risparmio, con un tasso promozionale medio del 2,46%, peròsolo il 40% degli istituti considerati permette la possibilità di sfruttare un conto titoli.

BANCHE ONLINEBANCHE TRADIZIONALI
Costo di mantenimento (canone conto + canone carta di debito)0,99 €/anno50,88 €/anno
Commissione prelievi ATM altra banca0,26 €/operazione1,99 €/operazione
Commissioni bonifici online0 €/operazione0,65 €/operazione
Carta di credito70% delle banche100% delle banche
Canone carta di credito16,50 €/anno47,75 €/anno
Conto deposito / remunerato70% delle banche40% delle banche
Tasso promozionale per nuovi clienti (primi 6-12 mesi)2,46%2,25%
Conto titoli40% delle banche100% delle banche
  • Rilevazioni Segugio.it su un campione di 20 banche (10 online e 10 tradizionali)
  • Dati aggiornati al 21/04/2026
Economia e Lavoro

Gli italiani continuano a spendere soldi che ancora non hanno in tasca

In Italia, rileva l’ultimo Market Outlook relativo al BNPL realizzato da CRIF, nel secondo semestre del 2025 i finanziamenti Buy Now Pay Later (BNPL) hanno continuato a registrare un tasso di crescita sostenuto e a doppia cifra.
L’erogato ha infatti evidenziato un incremento del 23% rispetto allo stesso periodo del 2024 (+220% rispetto al I semestre 2022). Parallelamente, il segmento Small Ticket tradizionale (prestiti sotto i 1.500 euro) ha mostrato una contrazione del 10% nel secondo semestre 2025, suggerendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori verso soluzioni di credito più flessibili e digitali.
In questo contesto, la rischiosità del BNPL continua a mantenersi su livelli contenuti, con tassi di default inferiori rispetto al credito finalizzato tradizionale. Il livello di rischio riflette una composizione del target di clientela in parte differente rispetto allo Small Ticket tradizionale, più selezionato e orientato a soluzioni digitali di breve termine, percepite da una parte della clientela come facilitazioni di pagamento più che strumenti creditizi.
“Anche nel secondo semestre del 2025, il Buy Now Pay Later mostra tassi di crescita a doppia cifra e al contempo un livello medio di rischiosità che rimane contenuto, a fronte di una riduzione del credito finalizzato Small Ticket. Il profilo demografico degli utenti di BNPL si conferma mediamente più giovane rispetto a quello dei clienti del credito finalizzato tradizionale”, commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. “L’analisi del comportamento degli utenti rivela come il BNPL venga adottato da una clientela orientata a strumenti digitali di breve termine, percepiti principalmente come facilitazioni di pagamento piuttosto che come forme di credito tradizionale. Questa preferenza sottolinea una crescente
attenzione alla flessibilità e all’immediatezza delle soluzioni proposte, specie per gli importi di credito più bassi”.
Nel mercato italiano si conferma progressivamente la dinamica di sostituzione tra il credito finalizzato tradizionale e le soluzioni BNPL relativamente alle fasce di importo più
contenute. Infatti, il 60% dei contratti BNPL erogati nel 2025 mostrano ticket inferiori ai 1.000€; mentre nel 24% dei casi i finanziamenti salgono sopra la soglia dei 1.500€.
Rispetto al finalizzato tradizionale (escludendo però l’acquisto di autoveicoli), i finanziamenti superiori a 1.500€ sono invece più di un terzo delle pratiche erogate.
In termini di preferenze di acquisto, il prestito finalizzato Small Ticket risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche (43%) e nella grande distribuzione (35%).
Parallelamente, per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona (31,9%), abbigliamento e turismo (16,9%) e i prodotti per la casa (15,2%).
L’analisi dei prodotti creditizi posseduti dagli utenti di BNPL evidenzia una forte propensione al “repeat”.
Infatti, chi ha già usufruito di questa modalità di finanziamento tende a richiederla nuovamente. Inoltre, il Buy Now Pay Later registra un crescente successo anche all’interno
dei possessori di prestiti small ticket tradizionali, confermando una capacità di attrazione trasversale.
Inoltre, la diffusione crescente dei prodotti BNPL si conferma un fattore chiave per promuovere l’inclusione finanziaria. L’analisi evidenzia come il tasso di ‘new to credit’ —
ovvero la quota di individui privi di una storia creditizia che si affaccia per la prima volta al mondo del credito — sia più del doppio (19%) rispetto a quello rilevato per le soluzioni di credito tradizionali (8%).
Per quanto riguarda l’età, il secondo semestre del 2025 evidenzia come la maggior parte degli utenti appartenga alle generazioni Gen X (34%) e Millennials (29,5%). Seguono Gen Z (18,1%) e la generazione dei Baby Boomers (18%), confermando che il BNPL non è esclusivamente appannaggio dei più giovani. Queste evidenze suggeriscono una progressiva diffusione del BNPL anche tra le fasce d’età più mature della popolazione italiana, a testimonianza della crescente familiarità con le nuove soluzioni digitali di pagamento e una maggiore solidità nelle capacità di spesa.
Inoltre, nel panorama del credito al consumo, il BNPL si distingue per una composizione di utenza unica nel suo genere. Secondo le ultime analisi, infatti, il prodotto BNPL registra una significativa prevalenza di utenti di genere femminile, con il 55% delle richieste provenienti da
donne, rispetto al 45% degli uomini.
Questo dato rappresenta un elemento distintivo rispetto alle altre categorie di finanziamento attualmente presenti sul mercato italiano.
In particolare, il segmento del credito finalizzato Small Ticket mostra
un’evidenza opposta, con una maggiore presenza maschile (55%) rispetto a quella femminile (45%), confermando il posizionamento peculiare del BNPL e la sua capacità di intercettare target demografici differenti.
A livello geografico, si evidenzia una minore incidenza dell’erogato BNPL nelle regioni del Sud-Italia (31% BNPL vs 40% dello Small Ticket), e Nord-Ovest (31% BNPL vs 23% dello Small Ticket), a fronte di una minore incidenza nel Centro (24% BNPL vs 22% dello Small Ticket). Similari invece le quote nel Nord-Est (15% per entrambe le tipologie).
“Il BNPL nel nostro Paese si conferma un potente stimolo all’inclusione finanziaria. In aggiunta, si distingue per una significativa prevalenza del genere femminile tra coloro che
scelgono questa forma di finanziamento rispetto allo Small Ticket tradizionale. Dal punto di vista demografico, l’utilizzo del BNPL si sta progressivamente diffondendo anche
tra le generazioni meno giovani, anche in funzione della semplicità e immediatezza di utilizzo. Invece, guardando da un punto di vista settoriale, se il finalizzato tradizionale risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche e nella Grande Distribuzione Organizzata, di contro per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona, l’abbigliamento e il turismo”, aggiunge Antonio Deledda, Executive Director di CRIF.