Salute

Tumore al fegato, la sfida dopo l’intervento: fino al 70% dei pazienti rischia la recidiva


Il 13 maggio specialisti a confronto su come prevedere, prevenire e trattare il ritorno dell’epatocarcinoma


Monza – L’intervento chirurgico può rappresentare un passaggio decisivo
nella cura dell’epatocarcinoma, ma raramente coincide con la fine del percorso. Per molti pazienti, la fase più delicata inizia proprio dopo la rimozione del tumore: quella in cui si affronta il rischio concreto che la malattia si ripresenti.
Nel caso del tumore primitivo del fegato, tra i più diffusi e letali a livello globale, la recidiva
dopo resezione è un evento frequente, che coinvolge circa 7 pazienti su 10, con percentuali
che possono raggiungere livelli anche più elevati nel corso degli anni di follow-up. Un dato
che sta spingendo la comunità scientifica a ripensare profondamente l’approccio a questa
patologia.
Non esiste infatti un’unica forma di recidiva: il tumore può riemergere in tempi diversi, con
caratteristiche differenti e con modalità che richiedono ogni volta una valutazione specifica.
In questo contesto, la ricomparsa della malattia non viene più letta semplicemente come un
esito negativo, ma come una fase che impone una nuova analisi complessiva del paziente e
delle opzioni disponibili.
“L’epatocarcinoma appartiene ormai alla categoria di big killers fra i tumori dell’apparato
digerente – spiega Fabrizio Romano, professore associato di Chirurgia generale all’Università
degli Studi di Milano-Bicocca e responsabile della Chirurgia epatobiliare della Fondazione
IRCCS San Gerardo dei Tintori -. La recidiva, soprattutto dopo resezione, rappresenta una
sfida oncologica molto complessa ma nello stesso tempo il concetto di recidività della
malattia deve cambiare il nostro modo di affrontare questo tumore, non più secondo schemi
rigidi, ma mettendo in campo di volta in volta tutte le strategie che abbiamo a disposizione
per prevenire l’insorgenza della recidiva, per identificare i soggetti più a rischio e, quindi,
predire la sua comparsa, e per utilizzare i progressi oncologici, chirurgici e tecnologici per
trattarla nel modo migliore ed eventualmente multimodale, quando si presenta. Mettendo

in atto una medicina veramente multidisciplinare in cui tutti gli attori coinvolti si confrontino
ad ogni evento di recidiva e come una sorta di navigatore satellitare “resettino” e
“reimpostino” il percorso di trattamento del paziente verso la destinazione “cura”. Serve
quindi la capacità di ricalibrare ogni volta il percorso terapeutico, mettendo in campo tutte
le strategie disponibili”.
Un cambio di prospettiva che sarà al centro del convegno “La recidiva di HCC dopo resezione
chirurgica: predire, prevenire, trattare”, in programma il 13 maggio nell’Auditorium Pogliani
della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza.
I tre verbi scelti nel titolo sintetizzano l’evoluzione dell’approccio clinico. Predire significa
cercare di anticipare il rischio, anche grazie a strumenti innovativi come l’analisi avanzata
delle immagini, la patologia digitale e l’intelligenza artificiale. Prevenire vuol dire intervenire
già nelle fasi iniziali del trattamento, modulando le strategie chirurgiche e terapeutiche per
ridurre le probabilità di ritorno della malattia. Trattare, infine, implica disporre di un ventaglio
sempre più ampio di soluzioni quando la recidiva si manifesta, dalle nuove tecniche
chirurgiche mini-invasive alle terapie integrate.
Alla base di questo modello c’è un approccio multidisciplinare sempre più centrale: chirurghi,
oncologi, epatologi, radiologi e altri specialisti chiamati a confrontarsi in modo continuo per
adattare le decisioni cliniche all’evoluzione della malattia.
Il congresso di Monza riunirà esperti da tutta Italia con l’obiettivo di tradurre nella pratica
clinica quotidiana le innovazioni più recenti, riducendo il divario tra le possibilità offerte dalla
ricerca e la loro reale applicazione nei percorsi di cura.
Perché la sfida dell’epatocarcinoma non si esaurisce in sala operatoria, ma continua nel
tempo: nella capacità di aggiornare le strategie, riconsiderare le scelte e accompagnare il
paziente lungo un percorso che, sempre più, richiede flessibilità e visione integrata.